AI free article – Nella redazione di questo testo non è stata utilizzata alcuna IA
Domenico Famà – HR Temporary Manager
Per comprendere al meglio il concetto di economia-circolare, quindi i prerequisiti su cui si basa, così inquadrando meglio il contributo che possono dare le aziende comprese le PMI, credo si debba fare una riflessione sui suoi fondamenti (a).
Innanzi tutto, facendo un passo indietro, partendo da alcuni degli aspetti dell’economia “non circolare” in cui viviamo, aspetti oramai disfunzionali da più di un secolo.
Economia lineare
Lo schema dell’economia in cui viviamo è di tipo consumistico e lineare (Figura 1). In altri termini, si basa su:
- stimolo sistematico della crescita dei consumi e sull’esportazione del modello in paesi in cui ancora non è massicciamente presente;
- dispersione in output nell’ambiente dei rifiuti prodotti; crescita in input del consumo di risorse non rinnovabili;
- crescita talmente veloce dei fabbisogni in input tale da portare al progressivo esaurimento anche delle capacità del pianeta di rigenerare (riciclare) le risorse rinnovabili: tempo di consumo > tempo di ripristino (ad es.: acqua ed aria pulite).
Figura 1 – Schema lineare dell’attuale economia: (a destra) i rifiuti di estrazione/trasformazione/ distribuzione ed utilizzo di prodotti/ servizi sono riversati e dispersi nell’ambiente. Ad una crescita delle dimensioni dell’economia (al centro), corrisponde una crescita sia dei bisogni di materie prime in input (a sinistra) sia della dispersione di rifiuti in output (a destra).
La crescita dei consumi è stimolata di principio, come elemento costitutivo per la “sopravvivenza” del sistema economico.

(a) Parte dei contenuti sono estratti ed adattati, sotto la sola responsabilità dello scrivente per eventuali errori ed imprecisioni, dal corso “Circular Economy – an introduction”, DelftX CircularX sulla piattaforma www.edx.org . In particolare, i contributi di Ester van der Voet, Professoressa di “Uso Sostenibile delle Risorse” all’Università di Leida (NL).
(b) Ad esempio, vedere lo studio: “Efficiency, Production, and Resource Consumption – A Historical Analysis of Ten Activities”, J.B. Dahmus and T.G. Gutowski, MIT
Economia circolare – in teoria
Il concetto di economia circolare interviene nel cercare di correggere una delle distorsioni del modello lineare (Figura 2).
In pratica: da un lato trasformando i rifiuti (o almeno la maggior parte di loro) in risorse riutilizzabili per alimentare il medesimo sistema economico; dall’altro sostituendo le risorse energetiche non rinnovabili (combustibili fossili: gas e petrolio) con quelle rinnovabili (solari, eoliche, geotermiche, ecc.).
L’effetto sarebbe quello di ridurre ed virtualmente azzerare i fabbisogni in input, ottenendo quindi due effetti benefici, su ambiente e risorse naturali, grazie alla riduzione sino al virtuale azzeramento di:
- dispersione dei rifiuti nell’ambiente (rimarrebbe comunque la dispersione di calore, in quanto fisicamente ineliminabile per il secondo principio della termodinamica),
- consumo progressivo di risorse naturali, spesso non rinnovabili, come tutte quelle di origine estrattiva (dagli idrocarburi ai metalli, sino all’acqua fossile al di sotto dei deserti).
Figura 2 – Crescendo il reimpiego dei rifiuti nel ciclo economico di trasformazione (freccia verde a destra), si riduce la quantità di nuove materie che vanno rimesse nel ciclo di trasformazione (a sinistra: differenza di spessore fra freccia grigia, pre reimpiego dei rifiuti, e freccia verde)

Economia circolare – In pratica
A tutt’oggi, la maggioranza dell’opinione pubblica interpreta l’adozione di tecniche e pratiche dell’economia circolare nel contesto più ampio di uno “sviluppo sostenibile”, con cui si vorrebbe conciliare la crescita economica senza:
- da un lato, un’adeguata critica di due dei suoi pilastri: (i) il consumismo e (ii) l’espansione globale del solo modello lineare-consumistico (modello unico economico);
- dall’altra, considerare il ritardo con cui il riciclo dei materiali ha luogo, rispetto al momento di una loro immissione nel ciclo economico.
Questo approccio si baserebbe sull’ipotesi che l’economia possa semplicemente “disaccoppiarsi” dall’ambiente, per il tramite “delle nuove tecnologie” (spesso vengono citate, senza sovente ben articolarne i nessi causali con un ipotetico “disaccoppiamento”: digitalizzazione; IA; produzione di energia per fissione, ed un domani fusione, nucleare; ecc.).
Insomma, il binomio “nuove tecnologie & circolarità” dovrebbe arrivare teoricamente ad “isolare” le attività economiche dall’ambiente che le ospita, riducendo/ azzerando i fabbisogni in input ed i rifiuti in output (sic). Rimanendo comunque esclusa da questa virtuosa circolarità la continua dispersione di calore non recuperabile (particolare di non trascurabile impatto per il bilancio termico del pianeta).
Nel seguito, limitiamoci a vedere quali potrebbero essere gli effetti della circolarità in un sistema economico che malgrado tutto voglia rimanere consumistico e miri ad espandersi come tale ovunque nel mondo (Figura 3), di fatto provocando un continuo aumento della domanda di beni e servizi.
Figura 3 – Anche se eliminasse la linearità del sistema economico (freccia verde a destra che indica il riciclo dei rifiuti), un’economia che continuasse a crescere per l’espansione dei consumi richiederebbe egualmente sempre più input in quantità. Inoltre, la rapidità crescente della richiesta di nuovi input supera sempre più le capacità naturali di ripristino delle risorse rinnovabili e depaupera sempre più rapidamente gli stock di quelle non rinnovabili. Infine, il riciclo di questi input non sarebbe immediato, perché una volta trasformati persistono nei prodotti per decenni (Δτ) prima di rientrare in circolo (c).

(c) Alcuni dati tratti dal riferimento (a) ci possono aiutare a comprendere cosa deve succedere perché un sistema di economia circolare raggiunga gli obiettivi di ridurre significativamente i fabbisogni di Input, e gli impatti di output sull’ambiente.
Ad esempio, i materiali utilizzati nel settore del real estate (edifici civili ed industriali) perdurano nelle loro applicazioni per un tempo pari alla durata del ciclo di vita di un edificio: stimiamo 50 anni. Quelli impiegati nel mercato delle auto di seconda mano per una durata fra 10 e 15 anni dalla data di fabbricazione, e così via. In generale, stimiamo che mediamente servano 20-30 anni perché quanto immagazzinato negli impieghi fluisca come rifiuto disponibile per il riciclo.
A questo, aggiungiamo che le stime perché abbia inizio una riduzione della popolazione mondiale indicano come periodo il 2080 circa (+55 anni), mentre viene ottimisticamente stimato che la domanda pro capite possa stabilizzarsi in ulteriori e successivi 30-40 anni, per raggiungere infine una situazione di domanda complessiva stabile di beni/ servizi in circa 80-90 anni.
Per poter teoricamente compensare input con output siamo così arrivati a 110-120 anni. Questo nell’ipotesi che nel frattempo tutta l’economia del riciclo si sia estesa a livello globale e che abbia raggiunto il suo massimo grado di efficienza possibile (diciamo il 90% che per ora pare essere il benchmark dato dai casi di maggior successo). In caso contrario bisognerà scontare un ulteriore ritardo (stimiamolo in ulteriori 10-20 anni), raggiungendo almeno i 110-120 anni per la sua andata a regime.
Economia circolare – i due macro-requisiti
Se guardiamo al contributo che l’economia circolare può dare a livello globale, non si può evitare di riconoscere che è necessaria una stabilizzazione della domanda globale di beni/ servizi (Requisito 1): l’esatto contrario di quello che viene richiesto dal modello consumistico, in quanto implica, oltre allo stabilizzarsi della crescita della popolazione, anche lo stabilizzarsi del livello di domanda individuale di beni/ servizi.
A corollario, per quanto riguarda le risorse rinnovabili, la loro velocità di consumo da parte dell’economia dell’umanità va sincronizzata (ridotta) coi tempi del loro ripristino da parte degli ecosistemi: tempo di consumo = tempo di ripristino (Requisito 1bis).
Il secondo requisito è viceversa di accelerazione, per la diffusione delle prassi di riciclo, ai fattori di scala locali e nazionali in quanto appaiono maggiormente gestibili tramite iniziative private e pubbliche (Requisito 2). Lo dimostrano la differenza, nel medesimo arco di tempo degli ultimi decenni, gli esempi di successo dei Consorzi per il riciclo in Italia, con effetti tangibile sull’ambiente a livello locale e nazionale, rispetto agli esiti ed effetti risibili (la mia opinione) degli accordi internazionali su varie materie, ambientali e di gestione dei rifiuti.
A corollario, per quanto riguarda l’efficienza dei “cicli di ri-ciclo” intesa come capacità di estrazione dal rifiuto del massimo valore che contiene in termini di materiali riutilizzabili, debbono contribuire in maniera determinante (requisito 2bis) le attività di:
- progettazione di prodotto, in ottica del suo riciclo, facilitandone disassemblaggio e separazione, eliminandone parti e materiali non riciclabili o riciclabili con costi troppo elevati;
- sviluppo di efficienti e capillari logistiche, di raccolta/conferimento dei rifiuti riciclabili.
Circolarità – non solo rifiuti
Per dovere di completezza, qui cito altre attività che possono contribuire alla diminuzione del fabbisogno di risorse in input. Anche loro fanno parte del concetto di circolarità e meriterebbero un trattamento a parte. Naturalmente, anche queste attività come quella di riciclo danno un beneficio economico, in termini di sviluppo di nuove filiere (vediamo dopo qualche cenno) e di riduzione costi per gli utilizzatori.
Per illustrarle, traggo lo spunto dal noto schema di economia circolare della Ellen MacArthur Foundation: il Butterfly Diagram (Diagramma a Farfalla – Figura 4).
Con cerchi rossi, nel lato destro e sinistro della figura sono indicate alcune fra le possibili “modalità” di espressione di una economia circolare, fra le quali il Riciclo (parte in alto a destra) è solo una componente.
Figura 4

In estrema sintesi, sulla destra le altre tre modalità di espressione di una economia circolare sono: (i) manutenere; (ii) riusare; (iii) ripristinare/ rifabbricare, le quali richiedono gradi crescenti di intervento tecnico-sui prodotti o le loro parti.
Mentre sulla sinistra è il riutilizzo dei rifiuti organici per generare biogas ad uso energetico.
Lo scopo comune delle tre attività sulla destra è quello di aumentare la durata del ciclo di vita di un prodotto nel sistema di utilizzo dei consumatori, con prestazioni il più possibile eguali a quelle del prodotto iniziale, ma con un costo ed un impatto ambientale complessivo molto inferiori:
- Come la manutenzione contribuisca all’allungamento del ciclo di vita di un prodotto non credo necessiti di ulteriori spiegazioni.
- Il riuso, dopo alcuni interventi di messa a punto, può essere ben rappresentato dal mercato dei prodotti di seconda mano, che può andare dagli autoveicoli all’abbigliamento.
- Ripristino/ ri-fabbricazione possono essere esemplificati dalle attività di rettifica dei motori di autoveicoli, per mantenere il più possibile le prestazioni originali. O da quelle di ricondizionamento di dispositivi di elettronica di consumo come i cellulari, con le quali si possono anche sostituire/ aggiornare componenti e SW, addirittura per potenziare alcune prestazioni di vecchi prodotti.
Riciclo e riuso – un caso emblematico
Un’azienda mia cliente degli ultimi cinque anni ha ripensato il proprio posizionamento di mercato, in modo da aumentare la componente di valore correlata alla riduzione delle emissioni di CO2 nella gestione degli asset immobiliari. Anche per gli asset degli operatori di alcuni settori industriali di grandissima volumetria, come le logistiche.
Fra le varie iniziative, tramite una collaborazione con l’Università Bicocca, il cliente ha sviluppato un filtro addizionale per le UTA (unità di trattamento aria utilizzate negli impianti di climatizzazione), in grado di assorbire la CO2 dal flusso d’aria. Fra l’altro, il materiale d’assorbimento utilizzato è organico, quindi riciclabile, e riutilizzabile per un certo numero di cicli di estrazione della CO2 immagazzinata durante il suo esercizio.
Per la CO2 così intercettata dai flussi d’aria degli impianti di climatizzazione ed una volta estratta dai filtri è prevista la commercializzazione per utilizzi industriali in vari settori (ad es. cosmetico, alimentare, ecc.), tramite un impianto in corso di progettazione e realizzazione per il suo “stoccaggio” in bombole sotto forma gassosa.
In Figura 5 uno schema sintetico di come il concetto di riciclo sia stato utilizzato tre volte da questa media azienda, riusando i filtri di assorbimento della CO2, riciclando il rifiuto CO2 come input ad un nuovo processo industriale e compostando il materiale filtrante una volta “esausto”, così generando:
- benefici ambientali per le comunità in cui opera (d);
- ritorni economici, per sé stessa (prodotti/ servizi venduti e loro margini) e si stima anche per gli utilizzatori industriali finali della CO2 in bombole dal processo di riciclo.
Figura 5

(d) La effettiva portata del beneficio ambientale viene valutata ad esempio tramite il bilancio della impronta di carbonio dell’intero processo, compresa fabbricazione ed installazione/ manutenzione dei filtri (è un processo che nel complesso ha un bilancio positivo o negativo per emissione di “CO2equivalenti”), e la sua durata considerando il periodo di segregazione della CO2 nei prodotti finali dei suoi vari ricicli industriali.
Conclusioni – il ruolo delle PMI
Da un lato, l’efficacia globale di una economia circolare è possibile solo rimettendo in discussione nel suo complesso il modello consumistico (e finanziario) della crescita: lineare continua ed accelerata.
Ciò non toglie che a livelli intermedi, locale nazionale o continentale, e nei paesi già nella fase di “sviluppo avanzato” in particolare (e), l’implementazione progressiva di interventi di circolarità può comunque avere un effetto determinante.
Sta già accadendo in Italia, per merito dei Consorzi di riciclo già esistenti, ponendoci alla leadership in Europa.
(e) Infatti, nei paesi sviluppati come il nostro, siamo vicini alle condizioni di stabilità della natalità e dei consumi che costituiscono il primo requisito per una circolarità ottimale. Anche se le cause di queste condizioni “ottimali” sono purtroppo di natura regressiva. Vuoi per una natalità troppo bassa vuoi per consumi in regressione (ad es.: https://angelo-leogrande.blogspot.com/2025/08/confronto-quinquennale-della-spesa-per.html), effetto generato anche da un potere d’acquisto dei salari in diminuzione per una crescente disparità nella ridistribuzione dei redditi da attività economiche.
Dando per assodati gli effetti di beneficio per ambiente e salute, proviamo ad elencare i vantaggi economici, per le PMI, per i consumatori, e sistemici a livello Paese:
- Sviluppo/ potenziamento di nuovi o già esistenti settori, nonchè degli ecosistemi di logistiche ed altri servizi ausiliari che li alimentano/ supportano;
- Riduzione dei costi di produzione, dalle materie prime ai prodotti finiti, con un quadruplice effetto derivato:
- riduzione della dipendenza dalle importazioni;
- riduzione dei prezzi all’utilizzatore;
- contrasto alla componente esogena dell’inflazione;
- aumento strutturale degli sbocchi occupazionali e della loro durata.
Si dirà che le PMI possono incidere poco per i volumi di materie prime e prodotti/ servizi che utilizzano. Tuttavia, se mediamente in Europa le PMI “muovono” il 30% circa dei beni d’acquisto, per poi “trattarli” (dalla trasformazione alla movimentazione), questa percentuale in Italia sale a più del 50% – vedere il riferimento web nella nota (c) – quindi, il loro contributo alla realizzazione di una economia- circolare nel nostro paese ha il potenziale per diventa determinante.
Perché infine le PMI dovrebbero impegnarsi, più delle grandi aziende in questa trasformazione.
A mio parere per tre ragioni.
Sono più radicate sui territori in cui operano. Lo spostarsi in altri paesi, addirittura su altri continenti, non è una opzione né praticabile né desiderata, quindi avrebbero i maggiori vantaggi reputazionali e di attrazione (ad esempio verso il mercato del lavoro) da un loro impegno per la diffusione di una economia circolare.
La loro competitività risente maggiormente della imprevedibilità di costi e tempi consegna delle forniture. Il poter accedere ad un mercato di materiali e parti provenienti da attività di “riciclo” di natura consortile darebbe maggiore stabilità su entrambi i fronti.
Il ripensare prodotti, processi e servizi (come abbiamo visto nel caso presentato poco sopra), è in genere un’ottima occasione per stimolare la creatività tipica delle PMI e per generare nuove idee di business su settori a più elevata marginalità.
Se in questo percorso trasformativo mancassero internamente competenze e risorse economiche, per fortuna il mercato una volta tanto, in presenza di solide idee, sarebbe veramente in grado di fornire entrambi in modo efficiente, know how e finanziamenti.